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Angelo Lanzarotti
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#866541

L’obiettivo della loro missione era arenata sul fondale. Il capitano John Miller, un uomo sulla quarantina dai capelli a spazzola prematuramente ingrigiti, poteva chiaramente vedere i resti dell’imbarcazione vichinga sullo schermo. Avevano superato lo strato del termoclino, la temperatura era scesa così rapidamente che i sistemi di condizionamento del minisommergibile faticavano a mantenere una temperatura accettabile in quello spazio angusto.

“E quello cos’è!”

Quando sullo schermo si stagliò la creatura, emergendo dalle tenebre delle acque profonde, il sonar l’aveva avvertito già da parecchi secondi che qualcosa di grande si stava avvicinando ad alta velocità. Quella “cosa” era lunga quasi quindici metri e viaggiava a più di cinquanta nodi. Lo sguardo del capitano era incollato allo schermo, mentre cercava di ignorare il continuo e fastidioso bip del sonar.

“Tenente! Via di qui!” urlò al pilota, in un comando privo della consueta formalità militare.

Il tenente, un giovane di ventisei anni seduto alle spalle del capitano, era alla sua prima missione. Prontamente tirò a sé la cloche e la piccola imbarcazione cominciò lentamente a indietreggiare.

Il terzo e ultimo membro dell’equipaggio, una donna sulla trentina, era seduta accanto al pilota e aveva alle spalle decine di missioni su quel minisommergibile. Lei era il comandante in seconda. “Sistemi di difesa attivi”, disse con voce ferma, quasi senza emozione.

Il capitano non si meravigliò della voce gelida della donna. In un altro frangente avrebbe sorriso a quelle parole. “Sistemi di difesa”, si disse fra sé.

Era al comando di una missione scientifica, al largo delle coste orientali della Scozia, e quel minisommergibile era a pochi metri dal fondale nelle profondità del Moray Firth, armato solo con un arpione.

“Il mostro di Loch Ness!” disse il tenente in un sussurro, quasi temendo di farsi sentire dalla creatura.

Il capitano non reagì a quelle parole. Dal Moray Firth, attraverso il fiume Ness si arrivava al lago che aveva dato il nome al mostro. Se non avesse visto coi propri occhi quella creatura, a quell’affermazione avrebbe spedito il tenente in carcere appena terminata la missione.

Pochi minuti prima, guardando lo schermo del sonar, il capitano aveva pensato a una balenottera, ma così veloce?

Adesso aveva la risposta. Davanti ai suoi occhi c’era un esemplare adulto di Elasmosaurus Platyurus. Gli occhi del rettile marino, un plesiosauro che avrebbe dovuto essere estinto da almeno 80 milioni di anni,  lo stavano fissando.

Il capitano non sapeva certo che quella creatura era un  elasmosauro, se ne infischiava del suo nome! Quello che sapeva era che il loro obiettivo era di rilevare ed esplorare il relitto della nave vichinga. Ma adesso loro erano diventati l’obiettivo. Erano l’obiettivo di quella cosa che si stava avvicinando, minacciosa.

Quella cosa era il predatore, loro le prede. E loro erano di fatto indifesi.

Da lì dovevano andarsene, il più in fretta possibile. Ma il loro minisommergibile poteva viaggiare solo a una frazione dei cinquanta nodi di velocità con cui si era avvicinata quella terribile visione.

D’improvviso capì. Quegli occhi stavano fissando i fari di navigazione del minisommergibile. “Helen, spegni quei dannati fari! Tenente, navigazione strumentale”, urlò il capitano.

Il comandante in seconda obbedì. Mentre il pilota passò alla guida strumentale, il minisommergibile stava già indietreggiando alla massima velocità.

Fuori divenne tutto nero come la pece, e lo schermo della telecamera esterna adesso era inanimato e scuro come l’ambiente esterno, ma il bip del sonar stava cominciando a diminuire d’intensità.

John Miller pensò alle pericolose missioni che aveva affrontato come comandante di grandi sommergibili, quando i suoi avversari erano altri micidiali sommergibili.

Dopo il matrimonio e la nascita della sua prima e unica figlia tre anni prima, aveva deciso che era arrivato il momento di avere una vita tranquilla.

“Non mi hanno ammazzato finora… non mi farò ammazzare da un lucertolone gigante!” esclamò il capitano, poi si rivolse alla donna: “Helen, invia le registrazioni al comando. La teoria del termoclino non è una finzione cinematografica”.

“Sissignore”, fece la donna. Alzò lo sguardo dal monitor e aggiunse: “Intendi quella roba descritta in Shark – Il primo squalo?”

“Perché? Non ci credi?” fece il capitano.

Helen gli lanciò un’occhiata divertita. “Ormai posso credere a tutto… anche che la terra è piatta!”

Il tenente squadrò i due. Ma come potevano scherzare in un momento simile!

L’intera modellazione, sculpt, texture paint, vertex paint e rigging è stata realizzata su Blender versione 2.76b (per ragioni logistiche, ovviamente, non perché sia migliore della 2.92). Il rendering finale con l’aggiunta di un volume shader è stato realizzato nella versione 2.92.

Nella vista wireframe non è visibile il plane utilizzato come emitter del particle system usato per creare il plancton in sospensione. Le mesh per creare la fanghiglia sono visualizzate a filo di ferro.